Macbeth: Follia, cupidigia e destino di Oscar Serino, Basilio Sciacca

L’insonnia come maledizione: una mente sconvolta che non trova mai pace


La notte dell’omicidio di Duncan, Banquo confida al figlio: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell'ora del riposo!” (Atto II, scena I). Banquo non specifica di quali pensieri maledetti si tratti ma possiamo immaginare che alluda alle profezie che ha sentito pronunciare dalle streghe. Poco dopo Macbeth sembra intendere che ricompenserebbe Banquo se solo egli lo sostenesse in qualche maniera “… Quando potremo sollecitare un'ora a mettersi a nostra disposizione, noi vorremmo passarla a discorrere un poco di quella faccenda, se voi ci accorderete il tempo”. Banquo resta guardingo e non si sbilancia, allora Macbeth gli augura “buon riposo” (Atto II, scena I).
Non appena Banquo va a dormire, Macbeth ha la prima allucinazione: vede un pugnale sospeso a mezz’aria ed esclama: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine: la stregoneria celebra i riti della pallida Ecate” (Atto II, scena I). Il sonno è protetto dalle cortine, cioè dalle tende dei letti a baldacchino, ma di notte i sogni malvagi possono penetrare sia le tendine che il sonno stesso.
Re Duncan viene ucciso nel sonno da Macbeth il quale rimane così sconvolto da non riuscire più a muoversi. Continua a fissare le mani sporche di sangue e racconta alla moglie che mentre sgattaiolava via dalla stanza del sovrano, ha udito la voce di due uomini provenire da una stanza vicina: “C'è uno che nel sonno ha riso; e un altro ha gridato: "All'assassinio!" così forte, che tutti e due si sono svegliati reciprocamente. Io mi sono fermato ad ascoltarli, ma essi hanno detto le loro preghiere, e si sono rimessi a dormire” (Atto II, scena II). È come se, perfino nel sonno, quei due uomini avessero assistito al crudele assassinio. Qualche attimo dopo, sempre dialogando con la moglie, Macbeth confessa che gli è parso di sentire una voce inquietante. Sono tra i versi più famosi dell’intera opera: “- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! - ... il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d'ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).

Il “filaticcio arruffato” è un gomitolo di filo aggrovigliato. Macbeth usa questa metafora per esprimere il tipo di frustrazione che si prova quando attraversiamo così tanti guai che non riusciamo ad intravedere la fine del tunnel. In tali situazioni, si usa dire che sarebbe meglio “dormirci sopra” perché “la notte porta consiglio”. Anche Macbeth paragona il sonno sia ad un bagno rigenerante dopo una giornata di duro lavoro sia al piatto forte di un banchetto.
Per Macbeth, il sonno non è solo un bisogno vitale ma qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta e sente che, uccidendo nel sonno il proprio re, è come se avesse ucciso il sonno stesso.


Secondo il portiere di Macbeth la sonnolenza è uno degli effetti collaterali dell’abuso di alcool che nello specifico provoca “il naso rosso, il sonno e l'orina” (Atto II, scena III). Il portiere paragona il sonno ai sogni irrealizzabili. Infatti aggiunge: “In quanto alla lussuria, messere, la provoca e non la provoca: eccita il desiderio, ma impedisce di soddisfarlo. Perciò il bere troppo si può dire che giuoca d'equivoco con la lussuria: la crea e la distrugge; la spinge innanzi e la ritira indietro; la persuade e la scoraggia, la fa rizzare in piedi e non la fa star ritta: insomma, equivocando la fa cadere in un sonno".

Nella stessa scena, non appena Macduff scopre il cadavere insanguinato di re Duncan, chiama Malcolm e i figli del re per svegliare il castello: “Scotetevi di dosso codesto soffice sonno, contraffazione della morte, e guardate in faccia la morte stessa!”. Macduff vuol dire che il sonno è soffice perché, sebbene somigli alla morte, in realtà è un toccasana, cioè tutto il contrario della morte.

Quando Macduff suona l’allarme, entra Lady Macbeth ed esclama: “Che cos'è stato, che una tromba così orrenda chiama a parlamento quelli che dormono in questa casa?”. Gli attori entrano in scena con facce assonnate e i Macbeth, per non destare sospetti, fanno certamente la loro comparsa in camicia da notte. L’abbigliamento accomuna tutti gli ospiti del castello (Banquo, Malcolm, Donalbain e Ross) perché Banquo suggerisce di incontrarsi “quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all'aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro” (Atto II, scena III).
Macbeth ha davvero ucciso il sonno!


Subito dopo aver inviato i due sicari ad uccidere Banquo, Macbeth diventa insonne. Confida alla moglie che farà a pezzi il mondo “piuttosto che ci tocchi di mangiare, ad ogni pasto, col sussulto della paura, e di dormire in mezzo all'angoscia di questi sonni terribili, che ci agitano ogni notte” (Atto III, scena II). Rafforza il concetto con un’esclamazione ancora più pesante che lascia intravedere esasperazione e sofferenza: “Meglio esser col morto, che noi, per guadagnar questo posto, abbiamo mandato alla pace, anziché giacere sul tormento del pensiero, in un delirio senza tregua. Duncan è nella sua tomba, dopo la febbre intermittente della vita, egli dorme tranquillo”. Quindi Duncan “dorme” tranquillo e ha trovato la pace eterna, mentre lui e la moglie patiscono i tormenti della follia [Es14] [I14] [I15].
Macbeth fa alla moglie una sorta di profezia, usando un linguaggio criptico degno di un oracolo: “Prima che il pipistrello abbia incominciato il suo volo intorno ai chiostri; prima che lo scarabeo nato nello sterco, rispondendo all'appello della buia Ecate, abbia sonato la sbadigliante squilla della notte col suo ronzio sonnacchioso, sarà compiuto un atto di una tremenda importanza. […] Le buone creature del giorno incominciano a cedere alla stanchezza, e si assopiscono, mentre i neri agenti della notte si svegliano per andare alla preda. Le forze del male sono all’opera quando le creature innocenti riposano serenamente.


Al termine della scena in cui il fantasma di Banquo fa la sua apparizione al banchetto, Lady Macbeth rimprovera il marito per la pessima figura fatta davanti a tutti: “A te manca il balsamo di tutti gli esseri: il sonno!” (Atto III, scena IV). Il balsamo che manca a Macbeth è il sonno, senza il quale è normale per un uomo cominciare a sragionare. Mentre in precedenza Lady Macbeth aveva rinfacciato al marito di essere una “mezza femmina”, ora si rende conto che la causa dello strano comportamento del marito si può anche attribuire all’insonnia.


Durante un dialogo con un nobile scozzese, Lennox viene a sapere quasi contemporaneamente due cose: che Macbeth è un sanguinario tiranno e che Macduff è diretto alla corte inglese in cerca di aiuto. Macduff vuole rovesciare Macbeth affinchè Malcolm, figlio di Duncan, possa diventare il nuovo re di Scozia e liberare così il popolo dall’oppressore. Alla fine del dialogo il nobile si augura che “noi possiamo dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti” (Atto III, scena VI).

Quando Macbeth viene informato che Macduff lo vuole morto, gli giura che “tu non vivrai, affinché io possa dire alla pusillanime paura che essa mente, e dormire a dispetto del tuono” (ibidem). Il tuono indica la vendetta per gli omicidi che ha commesso. Non riesce più a dormire perché teme i complotti ma si convince che basti ammazzare ancora un nemico, “il” nemico, per sistemare tutto e riuscire a vincere l’insonnia che lo attanaglia.

Nella scena in cui lady Macbeth gira da sonnambula [F12] [F13] [Es15] [I16] [E17] [E18], la sua dama di compagnia racconta al medico di aver visto la signora alzarsi dal letto, gettarsi addosso la sua veste da camera, aprire con la chiave il suo scrigno, trarne fuori una carta, piegarla, scrivervi, leggerla, poi suggellarla, e tornarsene a letto. E tutto ciò mentre era nel più profondo sonno” (Atto V, scena I). Il medico esclama: “Gran perturbamento dell'organismo, questo di godere ad un tempo il beneficio del sonno, e compiere gli atti della veglia”. Capisce che per arrivare a tal punto lady Macbeth deve essere davvero turbata nel più profondo dell’anima. Infatti ella sopraggiunge e mormora: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una... due: ecco, allora è il momento di farlo. L'inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?”.
È stato davvero Macbeth ad uccidere il sonno, la voce che Macbeth aveva sentito aveva ragione.

   8/15   

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